|
Giovanni Covini, sceneggiatore e regista cinematografico |
|
Il Gusto di Scrivere ha incontrato Giovanni Covini, sceneggiatore e regista cinematografico. Giovanni ha vinto il David di Donatello 2006 per il miglior cortometraggio ed è arrivato finalista al Solinas per la sceneggiatura di un lungometraggio.
Qual è il primo passo da fare quando si ha in mente una storia per il grande schermo?
Secondo me offrire una birra a qualcuno. Non uno a caso. E nemmeno una birra a caso. Ma uno che ci piace e una birra che gli piace. Insomma, che sia un bel momento. Uno che ci piace significa uno che ci dica la verità, almeno in questo caso. Prendiamo un bel tavolino, non sovrastato da folla musica e rumori. Gli chiediamo di ascoltare la nostra storia. Dobbiamo raccontarla in breve, pochissimi minuti. Nel senso di tre o quattro. E mentre la raccontiamo dobbiamo guardarlo fisso negli occhi. Quello è il momento in cui capiamo dove e se la nostra storia non funziona. Più di quando lui ci dirà cosa ne pensa. I suoi occhi, il suo respiro, la sua attenzione. Hanno mollato? Si sono svaporati per un momento? Che momento era? Qualcosa non gli è chiaro alla fine della storia? Non è mai colpa sua, è poco chiara a noi e questo si riflette su chi abbiamo di fronte. Quell’amico è il nostro inconscio davanti a noi. Le domande che ci farà sono quelle che dovremmo farci noi. Male che vada? Abbiamo bevuto una buona birra.
Come si struttura a grandi linee una sceneggiatura?
Dipende. Una sceneggiatura che racconta una storia in genere ha dei tempi e degli archi drammatici. Una sceneggiatura che racconta un mondo di solito ha degli archi di senso. Una sceneggiatura che sta a metà fra queste due è un gioco ancora più divertente e complicato: smonta i nessi drammatici e li ricuce “sbagliati” per scatenare dei nessi di senso. Mi sento troppo piccolo di fronte a un mondo troppo grande per rispondere in modo esaustivo a questa domanda...
Che cosa rende efficace un personaggio cinematografico?
La sua capacità di farci fare esperienza profonda di un’esperienza che non è la nostra. Significa un personaggio nel quale si senta forte la dinamica elementare della vita nella quale tutti ci riconosciamo. Compiamo un’azione perché desideriamo qualcosa. Desideriamo qualcosa perché ci manca. Questa mancanza ci dà dolore. Ecco, noi agiamo sempre mossi dal dolore. Beviamo perché abbiamo sete. Tutti questi piccoli moventi che scandiscono il nostro agire quotidiano, riflettono la grande paura che sta dentro ognuno di noi. Per ognuno è diversa ma devo ancora conoscere un essere umano che non ce l’abbia. (Ne conosciamo tutti che non sanno di averla, questo sì). In tutte quelle piccole azioni di ogni giorno, nel nostro modo di compierle, sta nascosto da che cosa ci stiamo veramente difendendo. Ecco per me un personaggio funziona quando mi fa sentire che sì, anche io mi difendo come fa lui, anche io soffro di qualcosa come lui e faccio quello che posso per sopravvivere. Non sono mai stato in guerra nel Vietnam ma posso capire la paura profonda di quel soldato se il suo personaggio è vero. Sarebbe lungo, anche qui non riesco a non perdermi nel flusso delle cose….
|