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Ivelise Perniola, docente di Istituzioni di Storia e Critica del Cinema, Università RomaTre |
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Il Gusto di Scrivere ha intervistato Ivelise Perniola, docente di Istituzioni di Storia e Critica del Cinema e di Cinematografia documentaria presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli studi RomaTre. Ivelise è ricercatrice universitaria e ha pubblicato saggi di argomento cinematografico e letterario.
Esistono dei punti fermi nella relazione che si crea tra una sceneggiatura cinematografica e l’opera letteraria da cui un film è tratto?
Come diceva Luchino Visconti: ‘Je prends mon bien ou je le trouve’, prendo quello che mi serve laddove lo trovo, ogni autore lavora con l’adattamento del testo letterario a partire dai punti che gli sono più vicini e congeniali, ogni traduzione è un continuo tradimento ed ecco che le opere più riuscite sono quelle meno letterali, come ad esempio “Il gattopardo” di Visconti da Tomasi di Lampedusa o “La terra trema” sempre di Visconti da Verga, una rilettura verghiana in chiave marxista. L’unico punto fermo è la necessità di far entrare il proprio io nel testo di partenza.
Che cos’è e che tipo di linguaggio usa un film-saggio?
Il film-saggio è un ibrido: documentario, confessione, diario. Un’opera aperta; si utilizzano le marche enunciative del cinema del reale per parlare di se stessi e della propria visione del mondo. Autori chiave del film saggio sono Chris Marker, Agnes Varda e Jean-Luc Godard, ma anche Pasolini si è cimentato in questo falso genere (vd. Gli Appunti per un’Orestiade africana). Non si tratta di un genere autoreferenziale, ma di un luogo di dialogo aperto con il pubblico, che si riconosce e che viene spinto alla riflessione da un tipo di testo che non prevede risposte e ideologie chiuse e conchiuse su se stesse (vd. Michael Moore).
Quali sono gli elementi-chiave della critica cinematografica contemporanea?
La critica rimane ancora un momento di riflessione e di guida. E’ indubbio che il critico, per i suoi studi e per la sua esperienza di spettatore, abbia degli strumenti di analisi che il pubblico generalista non ha; per tale ragione al critico deve essere concesso quanto meno l’ascolto, la lettura. La critica troverebbe tuttavia un maggior credito se smettesse di favorire amici o clan potenti e si dedicasse ad un’opera di analisi approfondita e obiettiva, cosa che sulle grandi testate non avviene quasi mai. Le voci fuori dal coro sono pochissime e sarebbero invece necessarie.
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