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"Domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso [...] edificate la vostra vita secondo questa necessità." - Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

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Marco Paracchini, regista

Ilgustodiscrivere ha incontrato Marco Paracchini, regista freelance.
Marco ha studiato cinema e comunicazione a Milano, Genova e New York. Ha scritto e diretto numerosi cortometraggi a sfondo sociale e ha ricevuto diversi riconoscimenti per il suo lavoro, come quello di Abel Ferrara che ha premiato il film breve a titolo “L’Audace Viaggiatore” al Sarno Film Festival. Lavora nell’ambito dell’ethic & wellness advertising occupandosi di regie per spot promozionali, format web e altro. E' Docente di Regia cine-televisiva e Relatore di Linguaggio delle Immagini e ha pubblicato di recente la raccolta di racconti “Linea di Confine”.

In che modo le esperienze di vita all’estero hanno influenzato la tua formazione artistica?

Gli Stati Uniti mi hanno permesso di capire e approfondire il lavoro audiovisivo americano, che è molto più curato di quello italiano, infatti l’impostazione dei miei ultimi film riflette una certa scuola americana. Per quanto riguarda il Giappone, la dedica che ho scelto di fare alle vittime dello tsunami nella prima pagina del libro esprime al meglio l’emotività che mi lega a quel Paese, tanto è vero che un intero racconto è ambientato a Tokyo.


Quali elementi sono imprescindibili nella creazione di un buon prodotto cinematografico?

Lavoro di gruppo, approfondimento degli obiettivi e attenzione alle regole di narrazione previste per il prodotto. Il lavoro deve essere eseguito da un’equipe che persegue, anche se su piani differenti, lo stesso obiettivo e per farlo è necessario che ogni figura professionale segua le coordinate tecniche e artistiche della propria mansione.


In che modo un prodotto audiovisivo destinato alla comunicazione di un brand può diventare un video emozionante e coinvolgente?

Un video deve emozionare a prescindere. Un corto, uno spot promozionale o un advertising film sono prodotti diversi che devono inglobare però un messaggio chiaro, genesi di un sapiente lavoro fatto a priori da creativi e art director sul brand. Se lo script è buono e la regia mediocre, il messaggio può arrivare comunque, ma se lo script è pessimo, nemmeno un'ottima regia può consentire di raggiungere l'obiettivo di comunicazione.


In qualità di docente, che consigli daresti a chi volesse trasformare la passione per il cinema in un mestiere?

La passione e il mestiere sono due cose differenti e per capirlo bisogna crescere professionalmente ed entrare in contatto con la realtà, che dista molto dagli ideali che un giovane può avere. Io stesso sono stato spiazzato all'inizio, ma credo faccia parte di ogni lavoro. I giovani spesso sono idealisti e vedono nel loro futuro solo grandi cose. Poi con l'esperienza si trovano ad affrontare e a dover accettare compromessi, circostanze negative, limiti, concorrenza sleale, bollette e mutuo da pagare.

Insomma, il mio consiglio è un’ovvietà su cui tuttavia credo ancora: perseverare sul proprio cammino. L'invito è però quello di non prendere troppo sul serio i propri sogni perché poi si rischia di farsi male.
Tecnicamente invece suggerisco di far molta pratica e soprattutto di avere molta umiltà, dote che oggi è molto rara. Prima bisogna vivere il set e fare una lunga gavetta, solo in un secondo momento è giusto mettersi alla prova e fare corti ed esperimenti. Vietato fare il contrario, si perde tempo e si rischia di rovinare la propria immagine: il mercato non dimentica nulla, nel bene e nel male.

 
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