| Marco Paracchini, regista |
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Ilgustodiscrivere ha incontrato Marco Paracchini, regista freelance. In che modo le esperienze di vita all’estero hanno influenzato la tua formazione artistica? Gli Stati Uniti mi hanno permesso di capire e approfondire il lavoro audiovisivo americano, che è molto più curato di quello italiano, infatti l’impostazione dei miei ultimi film riflette una certa scuola americana. Per quanto riguarda il Giappone, la dedica che ho scelto di fare alle vittime dello tsunami nella prima pagina del libro esprime al meglio l’emotività che mi lega a quel Paese, tanto è vero che un intero racconto è ambientato a Tokyo.
Lavoro di gruppo, approfondimento degli obiettivi e attenzione alle regole di narrazione previste per il prodotto. Il lavoro deve essere eseguito da un’equipe che persegue, anche se su piani differenti, lo stesso obiettivo e per farlo è necessario che ogni figura professionale segua le coordinate tecniche e artistiche della propria mansione.
Un video deve emozionare a prescindere. Un corto, uno spot promozionale o un advertising film sono prodotti diversi che devono inglobare però un messaggio chiaro, genesi di un sapiente lavoro fatto a priori da creativi e art director sul brand. Se lo script è buono e la regia mediocre, il messaggio può arrivare comunque, ma se lo script è pessimo, nemmeno un'ottima regia può consentire di raggiungere l'obiettivo di comunicazione.
La passione e il mestiere sono due cose differenti e per capirlo bisogna crescere professionalmente ed entrare in contatto con la realtà, che dista molto dagli ideali che un giovane può avere. Io stesso sono stato spiazzato all'inizio, ma credo faccia parte di ogni lavoro. I giovani spesso sono idealisti e vedono nel loro futuro solo grandi cose. Poi con l'esperienza si trovano ad affrontare e a dover accettare compromessi, circostanze negative, limiti, concorrenza sleale, bollette e mutuo da pagare. Insomma, il mio consiglio è un’ovvietà su cui tuttavia credo ancora: perseverare sul proprio cammino. L'invito è però quello di non prendere troppo sul serio i propri sogni perché poi si rischia di farsi male. |
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