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"Domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso [...] edificate la vostra vita secondo questa necessità." - Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

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Fabrizio Bellavista, esperto di new media

Il Gusto di Scrivere ha intervistato Fabrizio Bellavista, consulente di new media e partner dell’Istituto di ricerca Psycho Research. Fabrizio ha fondato il Premio Cultura di Rete nel 1999 ed è autore del libro ‘Idee’ su innovazione e creatività.

Un concetto a te molto caro è il pensiero liquido. Di cosa si tratta?

Nel 1990, con l’anticipo che solo le menti geniali sanno avere, Edward de Bono ha parlato per la prima volta di Water Logic in contrapposizione alla Rock Logic connessa alla logicità di stampo occidentale. E’ stato l’inizio: una delle prime volte che un grande pensatore occidentale rivolgeva lo sguardo al pensiero liquido di appannaggio orientale. In Cina il tao riepiloga molto bene tutto questo, cioè la mancanza di steccati tra gli opposti (giorno/notte, male/bene, uomo/donna)…. è uno stato di continuo mutamento, senza punti fissi e soprattutto senza dogmi religiosi ad appannaggio del bene (o del male)… Si può spiegare meglio di così il pensiero liquido?

Ancora una precisazione sul logos (il tao) analizzato: il puntino bianco nel campo nero significa che quando è notte c’è comunque già l’inizio della luce, un punto nero nel capo bianco vuol dire che quando tutto sembra apparire perfetto, contiene già l’inizio dello scuramento. E’ tutto un continuum, senza soluzione. Insomma per l’oriente non c’è inizio, non c’è fine: si comprende come mai stanno vincendo su tutti i fronti. Hanno la mentalità giusta?

 

Secondo te, il pensiero liquido sta influenzando il linguaggio e la parola scritta?


Secondo me, il nostro linguaggio e la parola scritta sono travolti sempre di più da un torrente in piena di liquid thinking. Perchè? Ti rispondo con una citazione del grande W.Burroghs: "The language is a virus"! Il linguaggio (e la parola scritta) non è una cosa, è una corrente mutante, imprigionabile, poetica, patetica, politica, spudorata, sublime, straordinaria, lussureggiante, minimale, a colori, sfrondata e sfrontata, abulimica, ventosa, nubesca, antimaterica, sorridente e probabilmente ultra terrena e anche single, n’est pas?

Come si scelgono le parole giuste per comunicare anche con il lato irrazionale delle persone?

 

Chi fa comunicazione deve sempre considerare che tutti noi abbiamo dei codici interiori che sono universali. Sono gli assi portanti della nostra vita emozionale: se tu ti vesti di rosso, urli e brandisci un macete, sia che tu vada nel centro di New York che nella foresta amazzonica, l’accoglienza che riceveresti sarebbe molto simile. La stessa cosa possiamo dire dell’atteggiamento amoroso: è così tremedamente simile in tutto il pianeta!


Ancora qualche riflessione: se ti chiedessi di dirmi se è più luminoso ‘ting’ o ‘tung’, probabilmente risponderesti (come il 91% dei test) che ting è più luminoso e che la vocale u è la più triste. Ma. Pensiamoci bene, chi ce lo ha mai insegnato, tutto ciò? Nessuno, è la grammatica emozionale interiore impressa nel nostro DNA, che abbiamo dimenticato nel corso della civilizzazione e che comunque determina ancora il 70% delle nostre scelte. Esistono delle vere e proprie mappe, sulle quali sono raccolti studi di oltre 50 anni di studiosi dell’antropologia del linguaggio, di ricercatori come Milton H. Erickson, Tarte, Czurda, Greenberg, Bandler, il nobel Sperry, il nostro Dogana della Università Cattolica di Milano (e centinaia di altri). A queste mappe ha lavorato a lungo, riuscendo a sintetizzarle, Gianandrea Abbate, mio socio e amico dal lontano 1996, anno in cui iniziammo a collaborare.

 
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