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"Domandatevi nell'ora più silenziosa della vostra notte: devo io scrivere? Scavate dentro voi stesso per una profonda risposta. E se questa dovesse suonare consenso [...] edificate la vostra vita secondo questa necessità." - Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta

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Aaron Maines, giornalista free lance Wall Street Journal, Washington Post, New York Times

Il Gusto di Scrivere ha incontrato Aaron Maines, giornalista free lance. Aaron collabora come corrispondente dall'Italia con Wall Street Journal, Washington Post, New York Times. Scrive inoltre per L’Europeo e l'house organ Cartier Art. Dopo aver tradotto opere di autori del calibro di Umberto Eco, Oriana Fallaci, Elisabetta Dami (Geronimo Stilton), Tullio Kezich, nel 2007 ha lavorato al diario di Federico Fellini "The Boook of Dreams".

Dove trovi l’ispirazione per proporre notizie sempre nuove, ma anche coerenti con la linea editoriale di quotidiani europei da un lato e americani dall’altro?

Quando devo proporre un articolo ai giornali statunitensi mi concentro su cio’ che interessa ai lettori americani. Questo vuol dire focalizzare l'attenzione sui pilastri della cultura italiana: cucina, arte, design, moda e viaggi. Per quanto riguarda le pubblicazioni europee invece devo dire che sono quasi sempre loro a propormi argomenti specifici: in genere si tratta di raccontare qualcosa dal punto di vista di un americano, che si trova a vivere in Europa. Questo accade perchè hanno gia’ un vasto numero di scrittori italiani, francesi, ecc. su cui contare e vogliono qualcosa di diverso. E' il punto di vista a fare la differenza.

Lavorando come scrittore ma anche come traduttore, hai riscontrato delle tipicità nella scrittura giornalistica italiana rispetto a quella statunitense?

Sicuramente. A livello strutturale le frasi in italiano tendono ad essere troppo lunghe per l’inglese, quindi spesso nella traduzione vanno suddivise su 2 o 3 frasi. Ci sono anche delle prassi consolidate nel giornalismo anglo-sassone che non possono essere trascurate in una traduzione efficace. In USA bisogna sempre spiegare al lettore chi e’ la persona che citiamo, mentre in italia si tende a nominare le persone famose solo per nome. Per fare un esempio, non possiamo dire solo “Pavarotti”. Almeno nella prima citazione dobbiamo dire “Luciano Pavarotti, famoso tenore Italiano” o qualcosa di simile.
Anche a livello stilistico ci sono delle macro-differenze: l’italiano tende a essere più prolisso, l’inglese più asciutto.

Quali consigli daresti a chi volesse intraprendere questa strada professionale?

E'importante sempre conoscere bene la pubblicazione. E poi, keep it simple! Mi piace la semplicità nella scrittura. La buona scrittura dipende più dalla forza delle idee che contiene, che esprime, che non dalla bella forma o dalla  poesia delle parole stesse.

 
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