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Il Gusto di Scrivere ha intervistato Massimo Calvi, caporedattore Economia del quotidiano Avvenire. Massimo è giornalista dal 1984, professionista dal 1996. Ha pubblicato "Operatore non profit", guida al lavoro nell'economia sociale, e “Sorella Banca", la storia delle origini di Banca Etica. Che tipo di linguaggio è importante scegliere nella redazione di un articolo economico/finanziario?
Il linguaggio più adatto è sempre quello più semplice. Mi piace chi riesce a dire cose complesse in modo chiaro, sobrio ed elegante, ma non per questo banale. Un articolo serve a raccontare che cosa è successo e a spiegare perché, lasciando intuire che cosa potrebbe succedere in seguito. Per questo credo che la maggior parte del tempo dedicato a un articolo vada impiegata pensando a che cosa dire nelle prime righe, nell'attacco. Una notizia, un concetto o una spiegazione in più sono meglio di una frase ad effetto o di un aggettivo. Non sopporto chi sacrifica la chiarezza al proprio narcisismo: in genere si divertono solo gli autori e i lettori giornalisti. Credo che pochi sarebbero disposti a pagare per leggere un articolo ricco di frasi ad effetto, ma povero di fatti significativi ed elementi per capire. E comunque, ribadisco, scrivere in modo chiaro non vuol dire scrivere male.
Quali fattori tieni in considerazione nella scrittura di un titolo d’impatto, che rispecchi allo stesso tempo il contenuto dell’articolo?
Un titolo, in una pagina di cronaca e di attualità, dovrebbe bastare a sé stesso, essere descrittivo e dare tutte le informazioni necessarie perché il lettore possa evitare di leggere il pezzo, passando oltre. Titolo e articolo dovrebbero essere quasi in competizione tra loro: il titolista migliore è colui che riesce a scoraggiare la lettura del pezzo, il giornalista di talento è quello che nelle prime righe riesce a conquistare il lettore, costringendolo ad andare avanti nella lettura. Nei giornali di opinione o nelle pagine di approfondimento, il titolo ad effetto deve saper "rubare"all'articolo lo spunto più efficace per sintetizzare il senso di quanto scritto, ricorrendo a giochi di parole, modi di dire, elementi della cultura comune. Generalmente, il titolo non va mai bene al capo della redazione. Ma questo non è sempre un male: chi non sa titolare avrà la fortuna di scrivere più articoli.
Come si sta evolvendo l’impostazione contenutistica e formale dei quotidiani cartacei nell’era del web 2.0?
Premesso che ho dei dubbi circa la possibilità che un nativo del web 2.0 venga un giorno assunto in un quotidiano tradizionale, i cronisti del web aumentano, così come gli articoli nati dall'osservazione di blog e forum. Le piazze virtuali stanno sempre di più sostituendo quelle reali anche nell'indagine giornalistica. Un tempo i maestri di giornalismo insegnavano che una vera intervista andava fatta di persona e non al telefono, oggi si leggono articoli scritti senza fare una sola telefonata, semplicemente girando per blog e forum. Ho l'impressione che si stia perdendo qualcosa. Per il resto credo che il quotidiano cartaceo possa reggere bene la competizione col web migliorando sul fronte della qualità e dell'autorevolezza dei contenuti, differenziandosi dal tipo di informazione che si trova sul web. Discorso a parte meritano gli strumenti. La vera innovazione nei quotidiani arriverà con la diffusione di nuovi supporti di lettura come i tablet. Uscire di casa per comprarsi un quotidiano di carta e leggerselo al caffè sarà tra non molto un privilegio da veri ricchi.
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